PROSSIMITA’

a cura di Gianfranco Marocchi

Cosa è la prossimità

È una dimensione sospesa tra il sistema di welfare formale, organizzato e (forse iper) regolato e l’azione personale e privata come l’aiuto dato ad un amico; sta lì nel mezzo, generalmente troppo sfuggente per essere codificata da un punto di vista giuridico, eppure con tutte le caratteristiche di un comportamento sociale.

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Quasi una definizione.

La “prossimità” nasce dalla consapevolezza di un bisogno qualificato condivisa tra più persone, accomunate generalmente dalla vicinanza territoriale; un bisogno qualificato, e non dunque mera aspirazione al consumo voluttuario, uno di quei bisogni su cui misuriamo il grado di civiltà e di progresso di una società: da quelli primari, come mangiare, vestirsi, avere una casa, a quelli relativi al decoro del luogo in cui si vive, ai bisogni relazionali. Prossimità, quindi, come disposizione a sentire anche come propri i problemi di chi è accanto; e da cui nasce una risposta basata sull’impegno attivo di coloro che esprimono il bisogno e che quindi non sono meri fruitori di un servizio o prestazione, ma anche, almeno in parte, produttori dello stesso.

Esempi.

Gli esempi sono moltissimi: esperienze di co-housing, e in generale forme di solidarietà condominiale, con il reciproco sostegno tra gli abitanti rispetto a bisogni quali la cura dei figli, la vicinanza a persone anziane o comunque in condizioni di fragilità; supermercati solidali in cui chi è in difficoltà può trovare generi alimentari e sostegno per percorsi di reinserimento; gruppi di acquisto autogestiti; comitati di cittadini che prendono in carico la porzione di territorio in cui risiedono, ne ristabiliscono il decoro, la abbelliscono e stabiliscono tra loro nuove forme di socialità e di mutuo aiuto; immobili destinati a degrado, che vengono ristrutturati e diventano la casa di molteplici attività aggregative e di servizio alla cittadinanza, gestite con l’impegno diffuso di cittadini e loro associazioni; pedibus per accompagnare i bambini a scuola; orti urbani in cui i cittadini soddisfano una parte del proprio bisogno alimentare e instaurano nuove relazioni; e molto altro.

Gli attori della prossimità.

In questi ed altri esempi vi è di solito la convergenza di una pluralità di attori: gli enti locali, che spesso partecipano anche economicamente ai processi, soggetti di terzo settore consolidati, dalla cooperazione sociale, all’associazionismo, alle organizzazioni di volontariato e poi soggetti informali quali gruppi di cittadini, spesso aggregati senza specifiche forme giuridiche, o anche soggetti economici del territorio come i commercianti.

La prossimità è varia!

Alcune di queste esperienze possono guadagnare l’onore delle cronache anche per la loro evidente spendibilità mediatica (es. le social street a Bologna e poi in altri territori), ma la dimensione delle iniziative di prossimità è senz’altro molto più ampia e quasi sfuggente. Alcune hanno carattere semi – informale, altre prevedono investimenti e accordi economici significativi. Alcune si avvalgono degli strumenti di comunicazione 2.0, delle declinazioni più “sharing” e meno “market” della sharing economy, dalle banche del tempo allo scambio di oggetti di vicinato, altre sono orgogliosamente a-tecnologiche, ma in tutte la dimensione di contatto personale è imprescindibile.

La prossimità non è scontata.

Gli interventi di prossimità racchiudono in sé quindi un insieme di elementi positivi: non sono paternalistici – assistenziali, vedono chi esprime il bisogno come protagonista di risposte, possono generare livelli di benessere sociali difficilmente conseguibili con le strategie basate sulla mera offerta di servizi. Certo, d’altra parte la prossimità non è priva di interrogativi e criticità. Le comunità locali non vanno idealizzate, hanno risorse incredibili di solidarietà, ma anche istinti di branco, chiusure e razzismi; far prevalere le tendenze costruttive non è mai un processo scontato, dipende dalle leadership e da molti altri fattori, non sempre governabili. E la partecipazione può essere desiderata, ma anche fonte di fatica e quindi discontinua. Insomma, la prossimità, la disponibilità dei cittadini a spendersi su interessi generali e beni comuni, non è un dato scontato, può far leva sulla persistenza di sentimenti comunitari in parte della popolazione, ma poi va costruita e alimentata con un impegno costante e non va tradita o strumentalizzata, se no si dissolve. Insomma, è una risorsa che va coltivata con cura.

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Prossimità e politiche

La prossimità sfugge alle categorie dell’organizzazione dei servizi.

Spesso è difficile collocare le azioni di prossimità entro i contenitori funzionali tipici dell’organizzazione di servizi. Sono interventi di welfare? O di quale altro comparto? Difficile dirlo, anche perché solitamente si caratterizzano per un approccio complessivo ai bisogni della persona, per cui cura, casa, lavoro, relazione, consumo, partecipazione si intrecciano. Un orto urbano, sorto in un’area altrimenti destinata al degrado, coltivato da cittadini italiani ed extracomunitari che auto-consumano i prodotti, donano le eccedenze a famiglie povere e organizzano iniziative pubbliche in cui i prodotti agricoli sono ingredienti di cucina etnica, cos’è? Iniziativa contrasto alla povertà? Di dialogo interculturale? Di valorizzazione dei prodotti culinari? Di riscoperta e promozione dell’agricoltura? Di riqualificazione urbana? Iniziative di questo genere, che riferimenti istituzionali hanno? Chi, eventualmente, le finanzia? Chi, nei diversi comparti di un’amministrazione, è chiamato ad esaminarne l’aderenza all’interesse pubblico?

La prossimità si può inquadrare?

Si tratta di un mondo di cui è difficile definire i confini, impossibile da censire, corteggiato da destra (con il retro pensiero che prossimità possa comportare la possibilità di abbattere i finanziamenti per la spesa sociale) e da sinistra (forma di auto organizzazione dei cittadini) e da entrambi guardati con sospetto per motivi speculari. Il rapporto delle iniziative di prossimità con le istituzioni, pur non mancando sperimentazioni interessanti (tra cui il “Regolamento per l’amministrazione condivisa” approvato inizialmente a Bologna ed ora in una ventina di altri comuni italiani, approfondito nelle pagine successive), è ancora allo stato embrionale; non nel senso che manchino forme di sostegno economico – generalmente con cifre molto modeste – ma perché un pensiero compiuto su come inquadrare queste forme di impegno comunitario nelle politiche dei servizi, e in particolare dei servizi di welfare, ancora manca.

E se qualcuno si fa male?

E ciò non solo per la difficoltà, come sopra evidenziato, di far corrispondere la settorialità dell’organizzazione dei servizi con la trasversalità delle iniziative di prossimità, ma anche per la difficile convivenza di un sistema sottoposto a regolamentazione con la dimensione dell’informalità. Immaginiamo che un gruppo di genitori si proponga di interagire con la scuola, organizzando, in collaborazione con le autorità scolastiche, momenti di incontro o laboratori gestiti dai genitori stessi. Un dirigente scolastico, dopo avere lodato i genitori per il loro spirito di iniziativa, inizierebbe a sudare freddo: e se, nella sua scuola, la torta portata da una delle mamme nella più completa ignoranza dei protocolli HACCP fa venire il mal di pancia a tutta la classe? E se, durante un laboratorio di cucito gestito da un’altra mamma che – pur priva di qualifiche – se la cava bene con aghi e forbici, qualcuno si fa male?

Prossimità e istituzioni.

La questione non è secondaria, nel momento in cui ci si interroga su come la prossimità si inserisca in un quadro di strategie più ampie, che si incrociano con le politiche pubbliche. Il “Regolamento Labsus” ben rappresenta un modello di inquadramento della prossimità nelle politiche di un ente locale, soddisfacente almeno per alcune delle espressioni di prossimità: il gruppo di cittadini che cura le fioriere della piazza e che invece di essere multato per aver indebitamente messo mano sul patrimonio pubblico, è legittimato e incentivato a farlo. Ma questo è solo un primo passo, mentre un ragionamento compiuto di come includere la prossimità in servizi strutturati o come inquadrarla quando ha come frutto interventi che comportano impegni economici, investimenti, contratti, richiede sicuramente ulteriori riflessioni.

La prossimità non è intercambiabile.

Certo, i contesti in cui si attiva la prossimità si rapportano con le politiche pubbliche da una posizione diversa rispetto a quella del terzo settore che gestisce servizi: mentre quest’ultimo è relativamente intercambiabile in tempi brevi – quello che lavora su commesse pubbliche, sostituibile con una gara d’appalto, ma anche chi vende a privati in logica prestazionale e che è esposto quindi alla concorrenza di mercato – i contesti di prossimità seguono regole diverse: è vero che possono necessitare di risorse pubbliche (minime, per le iniziative più leggere, più consistenti dove gli interventi si collochino entro progetti di riqualificazione urbana), ma è altrettanto vero che il soggetto di prossimità non è invece intercambiabile o surrogabile: se si tira indietro semplicemente l’intervento non si fa o comunque non si fa con le caratteristiche che avrebbe avuto se fatto in forma di prossimità. Insomma, istituzioni e cittadini si trovano su un piano di reciproca interdipendenza.

Prossimità e terzo settore.

La prossimità, oltre che le politiche pubbliche, interroga anche il terzo settore: non è un mistero che tra i soggetti più strutturati e legati alla gestione dei servizi e il mondo dell’informalità non sempre ci sia una reciproca comprensione immediata. I primi vedono la prossimità come appendice marginale e inconsistente ancorché pittoresca, i secondi tendono a disconoscere il terzo settore più istituzionale considerandolo luogo di meri interessi economici e compromessi. Ma è altrettanto evidente che un’effettiva innovazione può nascere solo da un’evoluzione genetica che porti a sintesi queste due componenti; e di fatto le esperienze meglio riuscite di prossimità sono quelle che integrano slanci di cittadinanza spontanei e imprenditorialità sociale più strutturata.

Prossimità e welfare.

E infine, va sviluppato un ragionamento che collochi la prossimità entro le politiche di welfare. Questo richiede preliminarmente di sgombrare il campo da possibili equivoci e fraintendimenti: la prossimità non è un’alternativa ai diritti e non è una soluzione sostitutiva all’erogazione di servizi e non è la strategia attraverso cui è possibile rispondere in via esclusiva, a bisogni, come quelli legati alla non autosufficienza, che comportano interventi professionali continuativi; al tempo stesso sarebbe errato ritenerla ininfluente nelle politiche di welfare, soprattutto se inteso in senso ampio di benessere per le comunità locali e la qualità di vita dei cittadini; e certamente il dissolversi dei legami di prossimità genera un malessere che riversa si servizi domande aggiuntive difficilmente affrontabili attraverso prestazioni professionali, quantomeno con costi ragionevoli. Anche in questo caso, più che ragionare in termini di alternative, è necessario sviluppare ragionamenti e strategie che mirino all’integrazione.


Per saperne di più leggi anche l’articolo di Gianfranco Marocchi del 5 settembre 2016 “Comunità di prossimità, la condivisione riduce le distanze” (Il punto di Labsus, LABSUS.IT).


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