Il 23 ottobre a Bologna ci si è interrogati su come la prossimità impatti sul nostro sistema di welfare; in particolare le domande al centro della discussione sono così riassumibili:

  • quando la prossimità contribuisce in modo efficace al miglioramento del nostro welfare? Cosa funziona e cosa no?
  • la prossimità è destinata quindi a far evolvere il nostro sistema di welfare? In quali ambiti? In che modo?
  • come evolvono, di conseguenza, le professioni sociali?

Laura Bongiovanni, a partire dai dati della ricerca realizzata nell’ambito della II Edizione della Biennale della Prossimità, ha aperto i lavori evidenziando come i 360 interventi di Prossimità analizzati in quella occasione non siano riconducibili alla mera erogazione di una prestazione, ma comportino cambiamenti per tutti i soggetti che vi partecipano. Non a caso le parole chiave degli intervistati fanno riferimento ad ambiti quali relazioni, integrazione tra soggetti diversi, comunità, sociale e a stili di azione come il coinvolgimento, consapevolezza, partecipazione.

La Biblioteca della prossimità

Accanto all’operatività, allo scambio e al confronto tra chi pratica la prossimità, la Biennale 2019 si propone di dare profondità e chiarezza al concetto di prossimità, esplorandone vari aspetti. Rimani aggiornato sui materiali via via prodotti consultando la Biblioteca della prossimità.

Quando la prossimità funziona nel welfare?

Rispetto al primo tema, quando cioé la esperienze di prossimità portino a risultati postivi nel campo del welfare, secondo Sergio Pasquinelli di IRS i casi positivi si sviluppano a partire da un contesto di fiducia tra le persone, una fiducia che però deve essere conveniente, nel senso che deve portare comunque dei benefici a chi partecipa; deve fondarsi su una relazione di dare e avere, e avere un sistema di regole anche minime che ne permettano la realizzazione.

Sulla stessa questione Luca Scarpitti della Compagnia di San Paolo individua alcuni elementi che identificano i migliori interventi di prossimità:

  • la competenza e il radicamento territoriale dei soggetti coinvolti, sia delle organizzazioni che delle singole persone;
  • la reale co-progettazione tra i soggetti attuatori, e laddove possibile anche beneficiari, fin dalla ideazione degli interventi previsti;
  • la presenza di elementi di continuità, il più delle volte uno spazio fisico accessibile e inclusivo che evoca la prossimità;
  • la capacitazione  verso le persone destinatarie e le loro competenze per accrescerne il protagonismo e valorizzare la loro dimensione di “abitante” del territorio in cui vivono;
  • l’informalità e la leggerezza delle proposte di intervento coniugate a una dimensione di trasversalità, adeguamento e flessibilità continui che possono conseguentemente incidere sulla modifica della  temporalità delle azioni previste;
  • il lavoro sulla dimensione relazionale e sulle risorse oggettivamente già presenti.

La prossimità fa evolvere il welfare?

O, in altre parole, i servizi del welfare consolidato che oggi conosciamo – una struttura per anziani, un centro per disabili, il sostegno alle famiglie indigenti – cambieranno volto a partire dalla prossimità?

Sempre secondo Pasquinelli, la prossimità sta già cambiando il nostro welfare, come nel caso del Reddito di inclusione (REI), dove anche il terzo settore si sta pur lentamente ingaggiando, e dove sono essenziali dei processi di sostegno a ridosso dei bisogni delle persone, dei loro contesti di vita, delle fragilità. Da questo punto di vista è importante creare dei ponti tra gruppi di persone diverse, affini per interesse ma eterogenee per estrazione sociale, perché questa evita il ghetto dei fragili, e offre una opportunità di riscatto reale alle persone più svantaggiate.

Come evidenzia Gianfranco Marocchi, co-direttore della Biennale della Prossimità, non si tratta di pensare che gli attuali servizi scompaiano, quanto che evolvano, accogliendo elementi di prossimità, in qualcosa di diverso da ciò che oggi conosciamo: strutture destinate ad aprirsi al territorio, a mettere a disposizione i propri locali per molteplici attività, dove gli operatori mettono a disposizione le proprie capacità anche per altri soggetti del territorio. Tutte cose che oggi esistono in sperimentazioni avanzate, ma che sono probabilmente destinate a dare forma ai servizi in modo profondo.

Come cambieranno le professioni sociali?

Ancora Pasquinelli afferma che le professioni sociali stanno anch’esse cambiando: diventano più vicine e prossime ai bisogni, come l’infermiere di comunità, l’educatore di strada e così via. Secondo Pasquinelli questa tendenza riguarderà comunque solo certe fasce e tipologie di bisogno, dato che rimarrà sempre l’esigenza anche di professioni competente su prestazioni specifiche e ben definite. In ogni caso, il movimento da operatori “erogatori di prestazioni” ad “abilitatori” (di processi, reti, connessioni, nuove opportunità) è partito già da anni e si sta diffondendo. In ogni caso, aggiunge Marocchi, questo invita ad una riflessione profonda sui canali di formazione per le professioni socail, che generalmente oggi privilegiano la costruzione di abilità tecniche, mentre il lavoro di comunità richiede e attitudini specifiche su cui è bene aprire una riflessione.