La Biblioteca della Prossimità

La Biennale della Prossimità rappresenta anche un luogo di elaborazione culturale grazie ad un percorso di confronto tra il mondo della ricerca e tutti coloro che praticano quotidianamente la prossimità.

La Biblioteca della Prossimità è lo spazio di confronto tra mondo della ricerca e coloro che praticano la prossimità, nato all’interno della Biennale della Prossimità. Perchè dalla pratica nascono interrogativi, si rilanciano riflessioni, si cerca di costruire un sapere comune e comunicabile.

Le elaborazioni che si sono accumulate in questi anni stanno andando a costruire una piccola ma essenziale biblioteca, che si arricchirà ulteriormente nei prossimi mesi. Una raccolta di scritti utili a chi studia la prossimità e a tutti coloro che desiderano comprendere meglio questo fenomeno.

Gli articoli della Biblioteca della Prossimità presentati di seguito sono stati scritti da Gregorio Arena, Laura Bongiovanni, Luca Fazzi, Gianfranco Marocchi e Sergio Pasquinelli; autori che raccolgono unn lavoro collettivo costruito in questi anni sul tema.

 

Bologna 2017. L'intervento introduttivo nella sessione di apertura

Bologna, giugno 2017. Un breve intervento apre la seconda Edizione della Biennale della Prossimità:

«Il punto di partenza, probabilmente, sta in uno sguardo diverso. Prossimi lo si era anche prima, semplicemente non si sentiva la prossimità come dimensione rilevante della nostra esistenza. Prossimi, si diventa nel momento in cui la dimensione del condividere un problema, un’aspirazione, una situazione con altre persone di una comunità territoriale o elettiva, diventa una parte del nostro quotidiano. Noi siamo abitanti di questa via, genitori dei ragazzi di questa classe, persone che condividono una certa passione, ecc. E a partire da questo noi riconosciamo come sia possibile costruire insieme soluzioni, impegnandoci in prima persona a contribuire a realizzarle.

Quali forme assuma questo noi – di impresa, associativo, informale; ma anche prassi fatta propria da amministrazioni locali – non è discriminante. Ciò che cambia è, appunto, lo sguardo: che fa nascere il noi e che lo declina in senso inclusivo: un noi aperto al beneficio dell’intera comunità e non preoccupato di demarcare le differenze e le diversità con un voi che è di conseguenza escluso.»

 

Le Carte della prossimità

Le  Carte della prossimità, uno strumento utile per formare, per giocare, per animare, ma soprattutto per rendersi conto di come siano importanti, varie ed estese le esperienze di prossimità in Italia e non solo.

Le carte raccolgono notizie uscite nei primi mesi del 2018, forniscono spunti sintetici di esperienze di prossimità raccontate sui media. Ad oggi ce ne sono oltre 200, prossimamente saranno aumentate con altri lanci relativi a periodi successivi.

Recupero di alimenti per evitare lo spreco e assicurare dignità alle famiglie indigenti, diffusione della cultura, progetti comunitari, relazioni che avviniano mondi distanti, luoghi che riprendono vita, città che cambiano aspeto reagendo al degrado, solidarietà impensate e impensabili, hosuing, agricoltura sociale e molto altro: questo si trova nelle Carte della prossimità

Azioni di prossimità: verso una prima definizione

Alzi la mano chi non si è mai chiesto: “Ma cosa è la prossimità?” Senza pretesa di giungere ad una definizione sistematica e conclusiva, il percorso della Biennale della prossimità ha fatto emergere alcuni elementi comuni delle azioni di prossimità, riprese nell’articolo introduttivo di Welfare Oggi 5/2017:

  1. Azioni che siano frutto di una lettura collettiva di bisogni e aspirazioni, passando dall’insoddisfazione privata (“non voglio più passare in quel giardino sotto casa, è troppo degradato”) alla condivisione della questione con altri….
  2. Azioni che, conseguentemente a quanto prima detto, prevedano soluzioni a tali bisogni e aspirazioni anch’esse definite a livello collettivo
  3. Azioni che includano l’impegno diretto da parte dei protagonisti, che dunque fanno la propria parte, anche operativamente, per dare una risposta ai bisogni emersi dai punti precedenti.
  4. Azioni che considerino l’esito dell’intervento come bene comune e non come bene privato di chi lo ha realizzato.

Comunità Vs. Iper-regolazione. La sfida è aperta

«Partiamo da un paradosso: da una parte mai come ora vi è un’enfasi culturale e politica sulle valenze positive della comunità e della prossimità; questo clima favorevole ha tra i propri esiti anche alcuni tentativi di traduzione amministrativa in strumenti come ad esempio i Regolamenti per l’amministrazione condivisa di cui si è parlato più volte anche su Welfare Oggi e che in poco tempo dalla prima sperimentazione a Bologna si siano diffusi in oltre cento città italiane; dall’altra vi è però una tendenza ad allargare gli ambiti della vita quotidiana soggetti ad una serrata regolamentazione, con l’effetto di rendere di fatto problematiche le iniziative di prossimità. 

Un genitore che voglia realizzare un’attività presso la scuola del proprio figlio, un gruppo di cittadini che si metta al lavoro per recuperare un immobile degradato o per prendersi cura di un giardino pubblico e così via da un lato suscitano approvazione incondizionata da decisori politici e opinione  pubblica, dall’altro si trovano ad affrontare una crescente quantità di ostacoli di tipo normativo

La prossimità farà evolvere il nostro welfare?

Gianfranco Marocchi si interroga su Welfare Oggi 5/2017:

«La dimensione della prossimità e quindi della partecipazione e dell’impegno diretto da parte dei cittadini nell’affrontare bisogni e aspirazioni che li accomunano può e potrà far evolvere il nostro welfare? O, al contrario, si tratta di esperienze di attivazione destinate a rimanere periferiche entro il sistema dei servizi?»,

Non si tratta certo di pensare ad un Welfare di prossimità che sostituisce il welfare consolidato, ma «non è fuori luogo pensare che la prossimità possa in qualche misura far evolvere la generalità degli interventi di welfare, compresi quelli con assetti oggi consolidati e perché, nel fare ciò, implica spesso una ridefinizione dei confini tra le politiche che potrebbe contribuire a cambiare in modo profondo il nostro modo di intendere il welfare»

Il Welfare Collaborativo oltre lo storytelling

Sergio Pasquinelli fa il punto sul welfare collaborativo sul numero 5/2017 di Welfare Oggi, grazie ad una ricerca che ha studiato punti di forza e criticità delle esperienze di prossimità nei servizi di welfare. La prossimità emerge come una delle parole chiave per comprendere queste esperienze.

«Famiglie che si aiutano, badante di condominio, baby sitter condivisa, co-abitazioni, orti di quartiere, piattaforme digitali, hub territoriali, biblioteche aperte, cortili sociali. Cosa hanno in comune queste esperienze? E cosa c’è di  nuovo rispetto a dinamiche collaborative che ci sono sempre state? Sono le domande che ci hanno sollecitato verso un nuovo progetto di ricerca.»

E quale può essere il rapporto tra welfare collaborativo e welfare istituzionale? «Iniziative cresciute dal basso devono trovare degli “ascensori” per salire, legittimarsi, trovare riconoscimenti e sostegni, senza ingessarsi, senza snaturarsi.»

Verso un Osservatorio sulla prossimità

Nel percorso di avvicinamento alla Biennale della Prossimità i promotori dell’evento hanno attivato un Comitato scientifico che, nei mesi precedenti all’evento, ha realizzato un’indagine – primo passo verso un Osservatorio stabile su questi temi – sulle organizzazioni partecipanti. L’articolo di Laura Bongiovanni riassume sinteticamente alcuni dei principali esiti della ricerca, con particolare riferimento agli aspetti che hanno a che fare con il welfare.

«Se per le logiche di welfare la prossimità è una sfida aperta, un’avanguardia di esperienza la cui efficacia andrà monitorata nel tempo, la prossimità come stile di intervento è già oggi un dato di fatto. Le organizzazioni protagoniste della Biennale sono la testimonianza concreta di uno stile di intervento ispirato da un senso di possibilità …  La prossimità spinge all’azione di ciò che è possibile fare con il concorso di tanti, senza la pretesa di risolvere tutto. Una testimonianza concreta di un discernimento organizzativo orientato al cambiamento.»

Verso Bologna 2017 (Intervista)

Nell’approssimarsi dell’Edizione di Bologna, un’intervista di Maurizio Motta a Gianfranco Marocchi pubblicata su Welforum.it, affrontando alcuni temi centrali relativi alla prossimità nel welfare:

[Domanda] La prossimità è una risposta alle risorse calanti destinate al welfare?
[Risposta]: È scorretto pensare alla prossimità con il solito ritornello “Visto che non ci sono più risorse sufficienti per il welfare, allora i cittadini…” La prossimità non nasce dalla debolezza del welfare, ma da un’evoluzione culturale che porta i cittadini a sentirsi parte della sfera pubblica, e a “sentirsi bene” in dimensioni di vita collaborative. E ciò non riguarda la sola area del welfare, ma una molteplicità delle dimensioni della propria esistenza. Certo chi ha la responsabilità delle politiche di welfare bene farebbe a valorizzare e sostenere queste forme di prossimità, ma il punto di partenza è un altro!» 
Piuttosto la prossimità può innescare “un mutamento genetico tale per cui un servizio privo di elementi di prossimità verrebbe percepito come arretrato e spersonalizzante, come sarebbe oggi un orfanotrofio rispetto ad una casa famiglia. ”

Prossimità: punti di forza e criticità

Durante il percorso che porta dalla prima edizione di Genova del 2015 a quella di Bologna del 2017, la Biennale si presenta sulle pagine di Labsus, con noi in entrambe le edizioni; un’occasione per riflettere su punti di forza e potenziali criticità della prossimità.

«gli interventi di prossimità non sono paternalistici – assistenziali, chi esprime il bisogno o
l’aspirazione è anche co protagonista delle risposte, 
possono generare livelli di benessere sociali difficilmente conseguibili con le strategie basate sulla mera o៛erta di servizi, mutano il rapporto tra istituzioni e cittadini e questi ultimi, grazie al fatto di contribuire in prima persona agli interventi, conquistano nei fatti un ruolo non subalterno: un fornitore di servizio può essere sostituito da un altro, un territorio attivo non è surrogabile, diventa per le istituzioni un partner nei fatti »

«E d’altra parte anche le comunità locali non vanno idealizzate: hanno risorse incredibili di solidarietà, ma anche istinti di branco, chiusure e razzismi; far prevalere le tendenze costruttive non è mai un processo scontato, dipende dalle leadership e da molti altri fattori, non sempre governabili. E la partecipazione può essere desiderata dai cittadini, ma anche fonte di fatica e quindi discontinua.»

Esperienze: la rete della Maddalena a Genova

Le strade di Genova ospitarono la prima edizione della Biennale della Prossimità.Una delle esperienze di prossimità più significative nella quale si era immersi era la rete della Maddalena, storico quartiere genovese.

«Il punto di partenza, dieci anni fa, è stato un accordo di programma tra Comune di Genova, Camera di commercio, Prefettura, associazioni del quartiere, nonché gruppi di abitanti che si impegnano al di fuori di contenitori formalmente costituiti, finalizzato a migliorare qualità della vita e decoro urbano del Sestiere della Maddalena. Il Comune mise a disposizione una propria struttura per animare la squadra e trovare risorse…»  

«Dopo 10 anni non si può dire che i problemi siano cessati, spaccio e prostituzione continuano ad esistere; ma il cambiamento è grande, perché accanto a ciò si è consolidata una vitalità sociale e forme di impegno civile che hanno pochi uguali nel nostro Paese.»

 

Alla ricerca della prossimità

Questo articolo pubblicato su Welfare Oggi nel 2015 è stato forse il primo tentativo di strutturare, a partire dalle esperienze della prima Biennale, un discorso organico sulla prossimità: «una dimensione sospesa tra il sistema di welfare formale, organizzato e (forse iper) regolato e l’azione personale e privata come l’aiuto dato ad un amico; sta lì nel mezzo, generalmente troppo sfuggente per essere codificata da un punto di vista giuridico, eppure con tutte le caratteristiche di un comportamento sociale.»

E questa natura intermedia rende talvolta difficile riconoscerla, inquadrarla nelle categorie note delle politiche: «Un orto urbano, sorto in un’area altrimenti destinata al degrado, coltivato da cittadini italiani ed extracomunitari che auto-consumano i prodotti, donano le eccedenze a famiglie povere e organizzano iniziative pubbliche in cui i prodotti agricoli sono ingredienti di cucina etnica, cos’è? Iniziativa di contrasto alla povertà? Di dialogo interculturale? Di valorizzazione dei prodotti culinari? Di riscoperta e promozione dell’agricoltura? Di riqualificazione urbana?»

 

Esperienze: l'Area ex Fadda

L’esperienza dell’Area ex Fadda a San Vito dei Normanni in provincia di Brindisi venne raccontata durante la prima Biennale della Prossimità a Genova e contribuì a raccontare con un esempio concreto la nostra idea di prossimità.

«Si tratta di un immobile di grandi dimensioni, 4 mila metri quadri oltre alle aree esterne e il primo intervento di ristrutturazione finanziato dal bando regionale non riesce a completare tutte le opere necessarie. Ma qualcosa di nuovo, nel territorio è scattato. Molte persone, sia delle associazioni coinvolte nella cordata, sia persone a vario titolo interessate alla rinascita dell’immobile, si mettono volontariamente al lavoro e imprimono la svolta decisiva alla ristrutturazione. Alcuni materiali sono acquistati, altri sono recuperati grazie alla donazione da parte di imprese, una falegnameria aiuta i ragazzi con la propria competenza. Il gruppo promotore dà prova di un singolare spirito di condivisione e l’area viene rimessa a nuovo tra il 2012 e il 2013. Da quel momento inizia a riempirsi di attività, a far confluire energie positive e competenze. …»

Ieri, oggi e domani della prossimità

Un intervento di Luca Fazzi su Welfare Oggi 5/2015. La prossimità non si crea in laboratorio. Come si generano i meccanismi di partecipazione e fiducia? Quale tipo di Terzo Settore è in grado di cimentarsi con questa sfida? Come si pone il Terzo Settore consolidato di fronte alla prossimità? Queste le domande dell’articolo.

«La prossimità è l’opposto dell’istituzionalizzazione. Essere prossimi significa portare le organizzazioni a interagire sia con i bisogni che con le risorse informali che ad essi in varia forma sono più vicini. Tanto l’istituzionalizzazione definisce confini certi, quanto la prossimità li rende permeabili, apre finestre, confonde le linee tracciate in modo troppo nitido. …  È chiaro che, per entrare in questa logica di intervento, le organizzazioni che operano per la produzione di prestazioni molto codificate incontrano difficoltà spesso insormontabili. Più professionalità, procedure e assetti organizzativi sono orientati a fornire prestazioni predefinite, più è difficile pensare l’organizzazione come nodo di una rete più ampia e flessibile che agisce su terreni necessariamente dinamici e dai confini più incerti.»

 

La cura condivisa dei beni comuni

Un contributo di Gregorio Arena, che ha contribuito attivamente ad entrambe le edizioni della Biennale della Prossimità.

«Come si fa a costruire una comunità? Cosa induce le persone a sentirsi parte di una comunità? Ci sono molti modi, ma ce n’è uno che noi di Labsus stiamo proponendo in giro per l’Italia che sta avendo un notevole successo Noi proponiamo di dar vita in tutte le città italiane, grandi e piccole, a comunità create condividendo attività di cura dei beni comuni, materiali e immateriali presenti sul territorio. Proponiamo di ricostruire il Paese, non, come si fece nel dopoguerra, investendo sulla produzione e consumo di beni privati, bensì sulla cura e lo sviluppo di beni comuni, materiali e immateriali. Non è affatto utopistico, perché in realtà questa ricostruzione è già in atto. Da anni ormai migliaia e migliaia di cittadini si stanno ovunque prendendo cura dei beni comuni presenti sul proprio territorio, ma senza la consapevolezza che le loro singole e spesso isolate iniziative potrebbero far parte di un più ampio movimento di ricostruzione materiale e morale.»